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Canterini Tradizionali delle Quattro Province

Altra espressione musicale di queste terre è il canto, eseguito nelle osterie, durante le feste o anche mentre si compievano i lavori agricoli. Nelle strofe, come è tipico del canto popolare, si alternano espressioni in dialetto e in italiano, anche con la funzione di assecondare la metrica.

Il canto polifonico attinge al repertorio di canzoni diffuse variamente nell'area padana, con versioni e soprattutto modalità di esecuzione particolari: tra queste si distingue lo stile tipico del paese di Bogli, in val Boreca, i cui canti sono detti perciò bujasche.

Forma particolarissima di canto polifonico è poi il trallalero, tipicamente eseguito dai portuali di Genova ma presente anche nell'entroterra: è cantato solo da uomini, abbracciati a formare uno stretto cerchio, dei quali uno imita un ruolo femminile eseguendo una voce in falsetto particolarmente impegnativa, un altro detto "chitarra" imita la funzione di uno strumento, e i rimanenti si succedono in coro.

Al contrario del trallalero, nelle ballate prevale sui suoni un elemento narrativo, ricollegabile ai cantastorie e ai trovatori medievali (che frequentavano per esempio la rocca di Oramala, presso Varzi, possedimento dei Malaspina). Specializzati in questo ruolo erano i componenti della famiglia Cereghino, di religione valdese, originari della Fontanabuona. 

Il canto narrativo vede spesso eccellere le donne, per le quali determinante era l'esperienza stagionale della monda, nel corso della quale avveniva uno scambio di stili esecutivi tra squadre di donne di diversa provenienza, che spiega le affinità esistenti tra modalità di canto presenti in zone distanti. L'esperienza collettiva delle monde andava quindi ad arricchire una pratica di canto spesso tramandata all'interno delle famiglie; ne è esempio il repertorio della famiglia Tagliani di Còlleri, documentato da Luisa Del Giudice. Timbri e modalità del canto tradizionale influenzavano significativamente anche l'esecuzione di canti religiosi.

In questo contesto sono da citare anche gli stranot, canti a funzione rituale o narrativa dove la voce e il suono del piffero si dispiegano su di un'identica linea melodica, secondo una modalità eterofonica.

 

"Che bella növa m'avì purtà?... O bel faccin d'amore
che sei venuto a quest'ora, dimmi che növa m'hai purtà..."

"O mi la növa ch'i v'hö purtà o mi non so se vi piacerà:
son gnü a domandarvi, o vui bella morettin se volete maritarvi..."

"O maritarmi non so con chi... Fortuna sia quella,
o vui bello morettin: vi donerò l'anello."

 

Funzioni rituali connesse all'arrivo della primavera hanno i canti di questua delle uova e del maggio, eseguiti rispettivamente a Pasqua e la notte del 30 aprile da gruppi di giovani che si spostano di casa in casa chiedendo un'offerta in cibo o vino in cambio del loro canto beneaugurale. Il maggio (presente anche in altri tratti dell'Appennino) è ancora spontaneamente eseguito in vari paesi tra la val Trebbia e la Lunigiana, tra i quali nelle Quattro Province Cícogni, Marsaglia (dove è intercalato col piffero di Bani), Tornarezza e frazioni attigue, Santo Stefano d'Áveto, ed è stato riattivato dal 2001 a Busalla; è invece scomparso da parecchi anni in val Vobbia.

 

Link a siti di approfondimento:

www.appennino4p.it

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